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A cura di Flavio Falcinelli

Ogni strumento analizza una grandezza secondo una scala di specificate unità di misura.

Questo è vero anche per un radiotelescopio: in effetti, una parte molto importante e delicata del suo funzionamento riguarda proprio la calibrazione. Ènecessario stabilire una procedura di taratura per ottenere all’uscita del radiotelescopio dati coerenti con una scala assoluta di temperature di brillanza (o di unità di flusso).

Le tolleranze costruttive e le condizioni ambientali causano variazioni nei parametri operativi dei componenti del ricevitore, inoltre ogni strumento è unico nella sua risposta ed è difficile confrontare le misure eseguite da diversi radiotelescopi o quelle dello stesso impianto effettuate in tempi diversi.

Osservando ripetutamente una radiosorgente è possibile riscontrare cambiamenti nell'intensità del picco di emissione. E' importante capire se tali fluttuazioni sono dovute a reali variazioni nel flusso della sorgente o a variazioni indesiderate nella risposta dello strumento: è quindi necessario utilizzare un sistema di misurazione universale.

La procedura di calibrazione di un radiotelescopio serve a stabilire una relazione fra la temperatura di brillanza dello scenario osservato [K] e una data quantità in uscita dallo strumento [ADC count].

Nei documenti di approfondimento descriveremo alcune procedure di calibrazione per i ricevitori RAL10.

 Un radiotelescopio misura l'intensità della radiazione proveniente dallo scenario osservato

Un radiotelescopio misura l'intensità della radiazione proveniente dallo scenario osservato in unità arbitrarie [ADC count]. Queste unità rappresentano il valore numerico all'uscita del convertitore analogico-digitale (ADC), interno allo strumento, della grandezza analogica “digitalizzata” (segnale radio rivelato). Un calcolo trasforma la risposta dello strumento in unità assolute di temperatura [K] utilizzando la relazione di calibrazione del radiotelescopio.

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